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Il punto su emissioni e clima

Due rapporti, uno di Copernicus da poco uscito e uno del Joint Research Centre della Commissione europea del 2025, ci danno qualche dato sullo stato del clima del 2025.

Il 2025 non è stato caldo come il 2024, ma si inserisce nella tendenza di crescita delle temperature in atto da anni, come è ben visibile dal grafico seguente tratto dal rapporto Copernicus.

Le temperature dei mari sono state mediamente più calde della norma, soprattutto nel Pacifico nord-occidentale e nell’Atlantico nord-orientale.

Abbiamo chiesto a Giacomo Grassi, funzionario scientifico della Commissione Europea presso il Joint Research Centre (JRC) e autore IPCC, alcune informazioni sul rapporto del JRC.

Come si misurano le emissioni di gas serra dei paesi e chi sono i maggiori emettitori globali? [18/01/2026]

La misurazione delle emissioni di gas serra è uno degli strumenti fondamentali della governance climatica globale. Ogni Paese, nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), è tenuto a redigere periodicamente un inventario nazionale delle emissioni, che quantifica i gas serra prodotti nei diversi settori economici: energia, trasporti, industria, agricoltura, rifiuti e uso del suolo e foreste. Questi inventari – che seguono le metodologie elaborate dall’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC) con l’aiuto di centinaia di scienziati – sono sottoposti a revisione da esperti indipendenti e costituiscono la base per valutare i progressi dei Paesi verso gli obiettivi climatici. Come spesso si ricorda, «se non misuri, non gestisci»: senza dati comparabili e verificabili non è possibile orientare politiche efficaci. La copertura di queste stime nazionali non è ancora completa nei paesi più poveri, ma sta gradualmente migliorando.

Le misurazioni fanno largo uso delle statistiche nazionali, affiancate da modelli e, per i paesi con minore capacità, da valori di default forniti dall’IPCC. Tra tutti i settori, il più complesso da monitorare è quello delle foreste, soprattutto perché è complicato distinguere tra l’assorbimento naturale e quello influenzato dalla gestione umana.

Gli inventari nazionali sono completati da stime indipendenti (o parzialmente indipendenti), come quelle del database EDGAR del Joint Research Centre della Commissione Europea. Nel complesso, emerge che le emissioni globali continuano a crescere, sebbene a un ritmo più lento rispetto al passato. Oggi la quota maggiore delle emissioni annuali è concentrata in poche grandi economie. Cina, Stati Uniti, India, Unione Europea, Russia, Indonesia, Brasile e Giappone sono responsabili di circa due terzi delle emissioni globali. La Cina è di gran lunga il principale emettitore attuale, mentre Stati Uniti mantengono ancora un peso rilevante. L’Europa ha ridotto di circa il 37% le proprie emissioni rispetto al 1990, mentre la sua economia è cresciuta. Accanto alle emissioni annuali, è però essenziale considerare le emissioni cumulative, che riflettono la responsabilità storica nella crisi climatica. Da questo punto di vista, gli Stati Uniti risultano il maggiore emettitore storico dal XIX secolo a oggi, seguiti da Cina ed Europa, un dato che ha forti implicazioni politiche ed etiche nel dibattito internazionale.

Quali sono i settori più in difficoltà nella riduzione delle emissioni? [18/01/2026]

La riduzione delle emissioni non procede allo stesso ritmo in tutti i settori. Alcuni ambiti, come la produzione di elettricità, hanno visto progressi più rapidi grazie alla rapida diffusione delle energie rinnovabili e al miglioramento dell’efficienza energetica. Altri settori, invece, restano particolarmente in difficoltà. I trasporti, soprattutto quelli stradali e aerei, continuano a dipendere in larga misura dai combustibili fossili, e la transizione verso veicoli elettrici o carburanti sostenibili è ancora incompleta e diseguale. L’industria pesante (acciaio, cemento, chimica) è un altro nodo critico, perché richiede processi ad alta intensità energetica difficili da elettrificare. A ciò si aggiungono l’agricoltura e l’allevamento, responsabili di emissioni di metano e protossido di azoto difficili da eliminare senza cambiamenti strutturali nei sistemi alimentari. Un caso a parte è rappresentato dal settore delle foreste e dell’uso del suolo. Da un lato, la deforestazione rappresenta circa il 10% delle emissioni globali, in lenta diminuzione. Dall’altro, le foreste assorbono quasi un quarto delle emissioni globali di CO₂ e sono quindi cruciali per raggiungere la neutralità climatica. Tuttavia, affidarsi eccessivamente alle soluzioni basate sulla natura, senza una profonda de-fossilizzazione degli altri settori, rischia di rivelarsi del tutto velleitario.

Quali sono le implicazioni dell’uscita degli Stati Uniti dall’UNFCCC e dall’IPCC? [18/01/2026]

Le implicazioni dell’uscita degli Stati Uniti dall’UNFCCC e dall’IPCC sono rilevanti. Da un lato, si tratta di un segnale politico forte: il Paese con la maggiore responsabilità storica nella crisi climatica prende le distanze dai principali spazi multilaterali in cui si costruisce il sapere scientifico condiviso e si negoziano le risposte globali. Dall’altro, questa scelta non modifica la realtà del cambiamento climatico, che ovviamente continua a seguire le leggi della fisica indipendentemente dalle narrazioni politiche. Rinunciare al confronto scientifico e alla cooperazione internazionale significa indebolire la capacità collettiva di comprendere e affrontare una sfida che è, per definizione, globale. In un sistema interdipendente, l’isolamento non è sinonimo di sovranità, ma rischia di tradursi in una perdita di influenza e di efficacia proprio nel momento in cui la cooperazione è più necessaria.