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Ddl nucleare: il capitolo si riapre

È stato approvato oggi (23 settembre) in Senato il ddl Pichetto sul nucleare, che conferisce al Governo la delega per disciplinare in modo organico l’introduzione del nucleare sostenibile nel sistema energetico nazionale, adottando uno o più decreti attuativi entro un anno.
La delega prevede l’elaborazione di un Programma nazionale per la produzione e l’utilizzo di energia da fonte nucleare sostenibile e da fusione, la realizzazione di progetti di sperimentazione e costruzione di nuovi impianti, la gestione dei rifiuti, e gli aspetti di ricerca e formazione.
Il testo si inserisce nel quadro delle politiche europee per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione al 2050, con lo scopo di rafforzare sicurezza e indipendenza energetica, e contenere i costi dei consumi. Quale ruolo e significato assume il nucleare nel mix energetico nazionale? Aiuterà a ridurre le bollette? Contribuirà alla decarbonizzazione?

Abbiamo raccolto il parere di alcuni esperti: Nicola Armaroli, Giovanni Ludovico Montagnani, Giuseppe Zollino, Luigi Moccia.

Nicola Armaroli, Dirigente di ricerca presso l’Istituto per la sintesi organica e la fotoreattività del CNR e direttore di Sapere [23/09/2026]

Quale futuro vede per il nucleare in Italia? 
Ci sta che l’Italia stabilisca un nuovo quadro legislativo, se si decide di andare avanti con l’ipotesi del nucleare. Ma da qui a pensare che un pacchetto legislativo risolva il problema del nucleare in Italia ce ne passa, perché per fare il nucleare serve un intorno di cose che sostanzialmente non abbiamo: manca un modello di finanziamento del sistema, manca un’agenzia indipendente di controllo, non abbiamo i siti. Non abbiamo individuato la tecnologia. Siamo semplicemente lontanissimi. Trovare siti geograficamente sensati significa anche incrociare due rischi, quello idrogeologico e quello sismico, che in Italia non è banale. Tutto questo significa che prima del 2040 un kilowattora nucleare in questo Paese non ci sarà mai. 

Per non parlare poi dell’accettabilità sociale. Quello che si vuole fare con il nucleare è rilanciare una tecnologia che è stata bocciata due volte ai referendum. Questo è il Paese in cui la gente non vuole impianti fotovoltaici vicini a casa, vorrà una centrale nucleare? Non lo so. Mi aspetto anche che entrando in campagna elettorale sarà un tema che verrà trattato poco, perché comunque rimane un tema estremamente complesso e divisivo. Non so quante forze politiche vogliano effettivamente impegnarsi in maniera seria su questo fronte. 

Quale ruolo assume il nucleare nel nostro mix energetico? 
Quello che dobbiamo fare è accelerare le rinnovabili nei prossimi 10-15 anni – rinnovabili che non sono solo solare ed eolico, ma anche biomasse, idroelettrico e geotermia, cioè anche fonti stabili. Quindi, mentre eventualmente programmiamo il nucleare, dobbiamo avere ben presente che quando arriverà saremo in un altro mondo, un pianeta molto più rinnovabile dell’attuale; cioè andrà a installarsi con non poche difficoltà di tipo tecnico ed economico in un sistema elettrico completamente diverso dall’attuale, dove le rinnovabili copriranno almeno l’80%. 

Per quell’ultimo miglio, quel restante 10-20%, il nucleare è la strada giusta? Secondo me no, per un motivo molto semplice. Il nucleare per essere economicamente conveniente deve funzionare tutto l’anno, il più possibile. Ma quando avremo l’80-90% di rinnovabili, noi per 6-9 mesi all’anno avremo tutto quello che ci serve, e a quel punto o spegniamo il nucleare, ma non sta in piedi economicamente, o spegniamo le rinnovabili, e così ci autoinfliggiamo un costo maggiore dell’elettricità. L’opzione più veloce e meno costosa per quell’ultimo miglio piuttosto sarà rappresentata da biometano e metano sintetico che, progressivamente, sposteranno il fossile. L’infrastruttura del gas è già fatta. 

A oggi più del 90% della nuova capacità elettrica mondiale è rinnovabile – non è nucleare, carbone eccetera – quindi di fronte a questa nuova realtà dobbiamo adeguare i nostri modelli e le nostre idee rispetto a quello che sarà dal 2040 in poi.

Dichiarazione di interessi: nessun conflitto di interessi


Giovanni Ludovico Montagnani, Ingegnere elettronico, attivista climatico e fondatore del collettivo “Ci sarà un bel clima” [23/09/2026]

Il ddl punta a integrare il nuovo nucleare con le fonti rinnovabili, in chiave di indipendenza energetica. Il nucleare può contribuire alla transizione energetica italiana? 
Il nucleare può far parte di uno scenario decarbonizzato, come forma di assicurazione nei momenti di bassissima offerta rinnovabile, ma difficilmente può avere un ruolo nella decarbonizzazione. Questo perché molto probabilmente arriverà a giochi fatti, quando la penetrazione delle rinnovabili sarà già molto alta – sperabilmente, almeno secondo i modelli Terna. Cioè quando il carico di base per tante ore l’anno sarà già soddisfatto da fotovoltaico ed eolico. 

Sui tempi, per il nucleare vedo come scenario percorribile unicamente quello delle tecnologie francesi, dove si parla di Nuward, che è un SMR di design francese che però oggi non esiste ancora neanche in forma prototipale. Quindi pretendere che ci sia un reattore Nuward funzionante prima di 15 anni da oggi in Europa è impensabile. 

Quando arriverà il nucleare, integrarlo in un mix decarbonizzato sarà un atto di responsabilità per avere un carico di base garantito indipendentemente dalle fluttuazioni della penetrazione rinnovabile. Ma questo chiaramente non comporta un ruolo rilevante nella decarbonizzazione. Vogliamo essere sicuri di coprire quel 5-10% a prescindere, perché quella fetta per la maggior parte del tempo la staremo già coprendo con altro. 

Mi auguro si riesca a fare, perché credo che una nazione che ha una piccola parte di carico di base soddisfatta da fonti diverse da eolico e fotovoltaico, che può essere nucleare o geotermia, è una nazione che può avere la sicurezza di quella produzione energetica indipendentemente da tutto. Come contesto non è male. Ma non bisogna illudersi che questa possa essere una scorciatoia nei confronti della decarbonizzazione, che è l’urgenza.

Dichiarazione di interessi: nessun conflitto di interessi


Giuseppe Zollino, Docente di Tecnica ed economia dell’energia e di Impianti nucleari presso l’Università degli Studi di Padova [23/09/2026]

Cosa rappresenta questa legge delega per l’Italia? Quale sarà il contributo del nucleare al mix energetico nazionale? 
L’ approvazione del Ddl nucleare in Senato è un evento importante. Un inizio, al quale faranno seguito tutti i decreti attuativi. Perché senza nucleare in Italia non abbasseremo né le bollette né le emissioni. Andare avanti solo installando sempre più solare ed eolico – che costano poco ma sono fonti intermittenti – non basta. Perché gli impianti producono tutti insieme, quando c’è sole o vento, tanto che una parte dell’energia è in eccesso rispetto alla domanda. Una parte si può accumulare e una si deve tagliare, perché accumularla costerebbe troppo, ma comunque l’energia va pagata tutta e anche le batterie. Così, sebbene il singolo chilowattora costi relativamente poco, quando si sommano i costi che inevitabilmente finiscono in bolletta il conto finale è ben più alto. Per questo la scelta del mix è fondamentale. E nel mix ottimale italiano il nucleare deve fornire l’elettricità continua che serve tutto l’anno e il resto della domanda devono produrlo idroelettrico, solare, eolico e batterie.

Certo tradurre questa strategia in politica non è banale. Quello che serve è che rappresentanti di tutti i partiti, con la necessaria competenza tecnica, seggano intorno a un tavolo e “calcolino” come realizzare il mix che prima di tutto faccia costare di meno l’energia e consenta di emettere di meno. Cito prima di tutto il prezzo perché se l’energia è cara non serve, che sia sporca o pulita.

Quali sono i possibili tempi e modalità di integrazione del nucleare nel mix energetico sostenibile nel rispetto degli obiettivi del PNIEC? 

Il PNIEC traguarda il 2030, e il contributo del nucleare al 2030 sarà zero. Il contributo al 2035? Forse qualcosa, ma non è quel che conta. Ciò che conta davvero è quel che riusciremo a fare in 15-20 anni. Perché una volta che avremo costruito una flotta di centrali nucleari multi-reattore quelle lavoreranno sino a 90 anni e, quando a un certo punto le ammortizzeremo, il costo di generazione diventerà bassissimo. Come accade in Francia, dove praticamente tutti i reattori sono ammortizzati. Costruendone di nuovi è fondamentale la scelta di strumenti regolatori e modalità di finanziamento, per avere un costo dell’elettricità ragionevole, 80-100 euro/megawattora, nei primi 25-30 anni di vita. Poi, ad ammortamento concluso, il costo di generazione scende a 35-40 euro/megawattora, senza ulteriori costi in bolletta. Così il costo medio sui 90 anni di vita utile della centrale diventa inferiore a quello dell’energia prodotta a gas, anche quando la quotazione del gas è molto bassa. E per di più le emissioni sono praticamente nulle.

Riguardo alla tecnologia da mettere in campo, direi che dobbiamo partire con la migliore commercialmente disponibile. Poi nel tempo ne verranno fuori chissà quante. Ma se uno oggi avesse urgente bisogno di un’autovettura, se anche qualcuno gli dicesse “aspetta non comprarla, perché tra cinque anni vedrai che cosa viene fuori” non potrebbe fare a meno di acquistarla.

Oggi ci sono tecnologie sicurissime. Le stesse che si stanno costruendo nella Repubblica Ceca, in Polonia, in Francia. Con quelle dobbiamo cominciare. Poi ne arriveranno altre. Perché la tecnologia nucleare va avanti. Magari saranno simili, ma di taglia un po’ più piccola. Piccola si fa per dire, non stiamo parlando di reattori che si mettono in un container. Sono reattori comunque grandi, invece di essere da 1000 megawatt sono da 300 o 400. Quello che Edison ha annunciato di voler costruire in Italia è da 400 megawatt. Cioè un grande impianto. Questo tipo di scelta (grande, piccolo, quattro in un sito, solo due ma più grandi, ecc) sarà responsabilità delle grandi società elettriche, Edison, Enel, A2A, ecc che avvieranno la costruzione di un impianto. La legge delega non entra né i decreti attuativi entrano in questo dettaglio. Però la legge deve definire i criteri di idoneità, se vogliamo di “modernità” della tecnologia, nel nostro caso con riferimento alla tassonomia verde europea.

Dichiarazione di interessi: Responsabile Energia di Azione


Luigi Moccia, Dirigente di ricerca presso l’Istituto di Calcolo e Reti ad Alte Prestazioni del CNR [23/09/2026]

Qual è la fattibilità del nucleare in Italia? 
Il nucleare è una tecnologia che oggi possiamo valutare sui grandi reattori, perché lì abbiamo dei consuntivi e delle valutazioni anche indipendenti, che ci permettono di dire che è un qualcosa di lento e costoso. Quindi è un qualcosa che a noi come Italia francamente non ci converrebbe fare.

Per quanto riguarda i costi, spesso col nucleare parliamo di pozzi di San Patrizio. Poi ci sono i tempi. Paesi che hanno già i siti, che hanno già il quadro normativo, che hanno già le autorità di regolazione indipendenti, per avviare i grandi reattori ci mettono comunque due decenni. Questa è un’esperienza dell’ultimo quarto di secolo in tutti i Paesi in cui ci sono le autorità per la sicurezza indipendenti. 

Sui piccoli reattori, chi vivrà vedrà, perché ancora non abbiamo nulla. L’unico progetto in corso su gli SMR è quello in Canada, a Darlington, ma è appena iniziato il cantiere, mentre la progettazione è iniziata molti anni fa. Quello che dico quindi è occupiamoci di quello che realisticamente possiamo fare. 

Quali prospettive offre il nuovo nucleare per la decarbonizzazione? Può aiutare a ridurre i costi delle bollette? 
Al nuovo nucleare io come ricercatore non posso dire di no, però stiamo parlando di qualcosa che chiaramente può avere numeri significativi post 2050, non domani. Noi invece sulla decarbonizzazione abbiamo da fare cose che avremmo dovuto fare ieri, siamo in ritardo. Quello che conta è quello che si può cantierare adesso. Questo vale per tutte le tecnologie, non solo per il nucleare, ma anche per alcune rinnovabili. Perché oggi abbiamo urgenza di mettere su decine e decine di gigawatt a basso costo. 

La decarbonizzazione non è un passaggio di fase, qualcosa di etereo, da bacchetta magica. È un’opera industriale complessa, che richiede anche impianti industriali, tra cui l’eolico e il solare a terra. Altrimenti noi non abbasseremo mai le bollette con gli ‘ecogioielli’. Non possiamo aspettare che l’eolico flottante riduca i suoi costi, non possiamo aspettare la geotermia di nuova generazione – che non è detto neanche che si riesca a fare in Italia. Il nucleare da questo punto di vista non è un qualcosa di alternativo alla strategia degli ecogioielli, anzi. È l’ennesimo ecogioiello, però di un altro tipo: qualcosa di costoso, lento, che arriverà in chissà quanto tempo e che non ci ridurrà la bolletta.

Sono tanti i motivi per cui noi abbiamo questa struttura del prezzo dell’energia sempre tra i più alti nell’Unione Europea. Perché abbiamo troppo gas, perché siamo dipendenti dalle importazioni di elettricità da Paesi terzi, perché abbiamo pochissime rinnovabili a basso costo. 

Il problema è che per decarbonizzare serve elettrificare, e per elettrificare ci serve più elettricità che costa meno. Altrimenti i conti non tornano, altrimenti le imprese non fanno il rinnovo degli impianti per il passaggio dalle caldaie alle pompe di calore. E sul problema delle case dei cittadini, non possiamo pensare di andare avanti a superbonus e sussidi che dissanguano il bilancio pubblico.

Quale dibattito serve sul nucleare? 
Quello che vedo nel dibattito politico italiano è un problema di velleitarismo, da una parte e dall’altra, che finisce col fare solamente danni e impantanare il Paese. Questa è la drammaticità. La verità è che non c’è la consapevolezza della dimensione della decarbonizzazione. 

Come siamo messi con la decarbonizzazione, quali opzioni abbiamo, cosa funzionerà a breve e cosa tra vent’anni, cosa può realmente abbassare i costi in bolletta. Il problema è che non è di questo che si discute a livello giornalistico, e non è questo che viene portato alla conoscenza dell’opinione pubblica. Quello che viene portato è la favoletta del cantiere restituito in 7-8 anni. Cosa che esiste soltanto in Cina. Quello però è un altro mondo, in 7-8 anni fanno decine di migliaia chilometri di ferrovie ad alta velocità, quindi non è proprio il contesto di riferimento per noi. 

Dichiarazione di interessi: nessun conflitto di interessi 


Approfondimenti:


Questo commento è realizzato nell’ambito di Breaking Climate, un progetto realizzato da Climate Media Center Italia e dall’Università degli Studi di Milano, con il contributo di Fondazione Cariplo. Fondazione Cariplo sostiene progetti di utilità sociale legati ad arte e cultura, ambiente, servizi alla persona e ricerca scientifica in Lombardia e nelle province di Novara e del Verbano Cusio Ossola.