I data center sono complessi edifici ad alta tecnologia che custodiscono i server necessari al funzionamento della rete, dal cloud all’intelligenza artificiale. Non solo. Portano con sé anche piazzali, sottostazioni elettriche, sistemi di raffreddamento, vasche di laminazione e connessioni alle reti esterne. Spesso gestite da colossi tech o fornitori specializzati, queste strutture lavorano ininterrottamente con elevati consumi di energia e acqua per l’alimentazione e il raffreddamento.
I data center rappresentano una risorsa infrastrutturale imprescindibile per l’economia digitale, ma lo sviluppo travolgente del settore supera ora gli attuali quadri normativi e i tempi della ricerca scientifica, rendendo complesso valutarne gli impatti su territori e comunità: dalle emissioni e il consumo di suolo, all’impiego intensivo di risorse idriche fino all’inquinamento acustico, termico e luminoso. La disponibilità di soluzioni per ridurne i costi ecologici e sociali è un punto di partenza cruciale (pensiamo alle valutazioni ambientali e sanitarie e all’integrazione delle fonti di energia rinnovabile), ma il malcontento locale — in Italia e all’estero — dimostra che in generale serve un deciso cambio di passo: dalla tutela dei territori al rispetto della governance locale, fino a un dialogo trasparente tra imprese e comunità.
Il boom dei data center in Lombardia, la foresta abbattuta in Finlandia senza permessi e un nuovo articolo su The Lancet Planetary Health sui rischi per la salute: quanto sappiamo davvero del loro impatto e cosa dovremmo valutare prima di autorizzarne di nuovi? Ne abbiamo parlato con Giorgio Pirina (Università di Bologna), Federica Brenta (Istituto Nazionale dei Tumori), Federico Bianchi (IFC CNR), Michele Munafò (ISPRA) e Stefano Caserini (Università di Parma).
Giorgio Pirina, Ricercatore in Sociologia presso l’Università di Bologna e docente a contratto di Teorie e analisi delle diseguaglianze sociali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia [27/10/2026]
Sulle proteste dei comitati in Lombardia
“Come ricercatore in sociologia quello che sto vedendo è che i cittadini organizzati in comitati stanno ribaltando il senso negativo dell’etichetta NIMBY, Not In My Back Yard. Non si dichiarano contro il progresso tecnologico, né bollano data center e intelligenza artificiale come negativi a prescindere. Dicono semplicemente che non si tratta di processi di investimento neutrali, ma che hanno conseguenze sostanziali e rispondono a interessi perlopiù privati, in contrasto con una concezione ampia di salute ambientale e umana.”
“La Pianura Padana, l’area milanese, è un territorio estremamente antropizzato, con elevata cementificazione, un’atmosfera molto satura a causa dei processi produttivi già in atto, e forti sofferenze legate alle ondate di calore. Insediare nuove infrastrutture come i data center in un contesto simile rischia di aggravare la salute ambientale e umana.”
Dalla Lombardia al Cile, fino a Scozia e Paesi Bassi: come si è arrivati a queste proteste?
“In tutto il mondo, Italia compresa, Stati e Regioni (non tanto i Comuni, che si sono trovati addosso questa pioggia di data center) hanno aperto in modo sostanzialmente acritico a questi investimenti in data center, soprattutto delle big tech come Microsoft, Amazon e altre, interrogandosi solo dopo sulle conseguenze territoriali. Non a caso in Italia i processi regolativi e legislativi sono avvenuti contemporaneamente nel 2026, cercando di rispondere a diverse istanze: quelle territoriali, dei cittadini organizzati in comitati e dei Comuni, ma anche degli operatori digitali.
Le istanze degli operatori sono state accolte con la legge nazionale, velocizzando gli investimenti in nuovi data center. Non sono invece stati definiti con chiarezza i limiti conoscitivi relativi ai concreti impatti territoriali e ambientali. Qua viene il ruolo importante di cittadini e Comuni. Prima di dare il via libera a nuovi investimenti servono verifiche trasparenti, complete e lineari sugli impatti territoriali, umani e ambientali.”
“Per le popolazioni locali, gli agricoltori, chi lavora in altri settori o chi vuole godersi un polmone verde, come nell’area attorno a Milano, questi investimenti sono visti come concorrenti rispetto ad altri interessi. Invece di una dinamica cooperativa si impone una logica competitiva, perché rischiano di peggiorare la qualità della vita, soprattutto in relazione al verde e, ad esempio nell’area lombarda, ai campi agricoli che svolgono ancora la loro funzione e forniscono lavoro.”
Dichiarazione di interessi: “Assenza di conflitti”
- Bettiol M (2023) La sostenibilità ambientale del digitale: il ruolo dei data center. Padova University Press. Prima edizione 2023, ISBN 978-88-6938-362-5.
- Da Empoli S, Sileo A (a cura di) (2025) RAPPORTO ENERG-IA 2025. DARE ENERG-IA ALL’ITALIA. Data center e intelligenza artificiale per la sostenibilità. I-Com Edizioni, Novembre 2025; ISBN 9791280680204.
- Franco E, Tonin S (2025) Disciplinare lo sviluppo dei data center Globalizzazione digitale e PNRR. Territorializzare il PNRR. Università IUAV di Venezia, Anteferma, Dicembre 2025, DOI 10.57623/979-12-5953-238-1.
- Lorenzoni A (2026) Data center: quanti, dove e come. E soprattutto, alimentati con quali fonti energetiche? Università di Padova. Rapporto realizzato con il contributo liberale di WWF Italia. Luglio 2026.
- Mattioli C, Franchina A (2025) Data centers and the city. The territorial impacts of the growing data economy, with a focus on Italy. Contesti. Città, Territori, Progetti, (2), 168–91. doi.org/10.36253/contest-16787.
Federica Brenta, Medico chirurgo presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano [27/10/2026] ci scrive:
Sull’impatto dei data center sulla salute umana
“I temi sono l’impatto sulla qualità dell’aria, sulla matrice acqua e suolo, l’inquinamento acustico e luminoso.
L’inquinamento dell’aria è dovuto all’uso di generatori diesel non solo durante i blackout, ma anche nei periodi manutentivi. Parliamo di centinaia di generatori che immettono in atmosfera tonnellate di gas tossici, aumentando PM10 e PM2.5, considerati tra i veleni più pericolosi dei giorni nostri e fautori di aumento di mortalità in una delle zone più inquinate d’Europa: la Pianura Padana. Questo rende i soggetti fragili più vulnerabili e i soggetti sani fragili, attaccando il sistema respiratorio e provocando patologie acute o croniche a seconda dell’esposizione. Il pannello degli inquinanti è quello solito: diossido di azoto, anidride solforosa, monossido di carbonio e particolato fine. Anche lo stoccaggio del gasolio necessario deve essere valutato per il rischio di compromettere la falda superficiale.
La matrice acqua e suolo è un argomento sensibile poiché gli inquinanti già presenti negli strati più superficiali possono trasferirsi alle falde profonde durante i lavori o il pescaggio di acqua, mobilitando sostanze tossiche organo-alogenate o PFAS.
L’inquinamento acustico, generato dal continuo ronzìo dei sistemi di raffreddamento, può causare disturbi del sonno e alterazioni del cortisolo, oltre a disturbi del comportamento di attenzione in età evolutiva, rendendo cruciale il monitoraggio vicino ai plessi scolastici.
L’inquinamento luminoso, dovuto alla necessità di mantenere gli impianti illuminati a giorno di notte, danneggia la fauna selvatica e altera il ciclo circadiano delle persone residenti nelle vicinanze.”
“Non è un singolo data center a impattare, va considerato il danno cumulativo. I progetti vanno considerati nella loro totalità e non frammentati.”
Dichiarazione di interessi: “Assolutamente non ho conflitti di interesse”
- Cork M, Dominici F (2026) Air Quality, Health, and Economic Impacts of the Vantage Data Center Facility. EmPower Analytics Group LLC Independent Environmental Health & Infrastructure Analysis, Prepared for Piedmont Environmental Council, February 27th, 2026.
- Eslami E (2025) Air Quality and Greenhouse Gas Emissions Assessment of Data Centers in Texas: Quantifying Impacts and Environmental Tradeoffs. ArXiv, Physics, Atmospheric and Oceanic Physics; doi.org/10.48550/arXiv.2509.21312.
- Gignac J et al (2026) Data Center Power Play in Illinois. Union of Concerned Scientists, January 2026.
- Gour N et al (2026) Health implications of the rapid rise of data centers in Virginia: an exploratory assessment. Frontiers in Climate, Climate and Health, volume 8, 2026; doi.org/10.3389/fclim.2026.1648912.
- Ni W et al (2024) CO2 emission-mitigation pathways for China’s data centers. Resources, Conservation and Recycling, 202, 107383; DOI 10.1016/j.resconrec.2023.107383.
- Niranjan A et al (2026) US tech firms successfully lobbied EU to keep datacentre emissions secret. The Guardian, 17 Apr 2026.
- Tao Y, Gao P (2025) Global data center expansion and human health: A call for empirical research. Eco-Environment & Health, 4, 3, 100157, September 2025; DOI 10.1016/j.eehl.2025.100157.
Fabrizio Bianchi, Ricercatore associato presso l’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR [28/10/2026]
Riguardo all’approfondimento di Tessa Mair pubblicato su The Lancet Planetary Health che analizza il divario di conoscenze alla base del boom dei data center
“È un contributo fondamentale che richiama l’attenzione su quanto crescano questi data center, quanto sia forte e veloce l’espansione e quanto siano ancora ai primordi le conoscenze sui loro impatti ambientali e sanitari. Accanto agli elevati consumi energetici e idrici emergono potenziali esposizioni a inquinanti atmosferici per i motori ausiliari e al rumore, ancora tutto scarsamente studiato sul piano epidemiologico.”
“La questione travalica il puro consumo energetico, che è enorme, e investe le conseguenze sulle popolazioni: quelle vicine, esposte a impatti diretti come l’inquinamento dai motori alimentati a combustibili fossili, e quelle lontane, esposte a impatti indiretti perché vivono vicino agli impianti di produzione energetica che alimentano i data center. Questo apre una parentesi importante sulla necessità di accentuare la produzione da fonti rinnovabili.”
Quali soluzioni a tutela della salute umana?
“Bisogna fare valutazioni integrate di impatto, monitoraggi indipendenti, studi longitudinali e di coorte residenziale, con il coinvolgimento fondamentale delle comunità attraverso l’epidemiologia partecipata.”
“Come evidenziato da Mair sul Lancet il problema sostanziale è il divario tra la velocità dell’espansione tecnologica e la possibilità di valutarne preventivamente gli impatti ambientali e sanitari, che vanno analizzati in termini cumulativi e non su singolo impianto. Anche i data center più piccoli devono essere sottoposti a valutazione. Se sono previsti un impianto da 80 Megawatt e uno da 150, a valutazione deve andare l’insieme dei due, non solo quello superiore a 100. E l’epidemiologia è in condizioni di calcolarne gli impatti cumulativi dal punto di vista sia tossicologico che epidemiologico.”
“Nel Rhodense, ad esempio, tra esistenti e previsti si parla di 30 data center in un territorio contenuto: vanno valutati complessivamente impatti ambientali e sanitari tramite VAS e VIS.”
“Non si può ragionare né autorizzare un impianto per volta senza una pianificazione territoriale dei prossimi anni. Le aree vanno sottoposte a VAS per stabilire se i territori possano permettersi l’insieme degli impianti previsti in aggiunta a quelli già esistenti dal punto di vista della sostenibilità ambientale e sanitaria”.
Dichiarazione di interessi: “Non ho nessun conflitto di interesse”
- Mair T (2026) The evidence gap behind the data centre boom. The Lancet Planetary Health, 10155, 1 October 16, 2026.
Michele Munafò, Dirigente ISPRA e Responsabile del Servizio per il sistema informativo nazionale ambientale [28/10/2026]
Il 27 ottobre è stato pubblicato il Rapporto sul consumo di suolo 2026. Cosa dicono i nuovi dati sul consumo di suolo da data center in Italia?
“La localizzazione dei principali data center la analizziamo non senza qualche difficoltà, perché non esiste un elenco completo; verifichiamo quelli soggetti a Valutazione di Impatto Ambientale e altre fonti, che tendenzialmente dovrebbero consentirci di individuare quantomeno quelli principali.
Quello che abbiamo rilevato è che nel 2025 i data center hanno causato un consumo di suolo su aree precedentemente agricole o naturali minore, 13 ettari, rispetto ai 37 ettari del 2024. I dati ci dicono che probabilmente più della metà di questi grandi data center vengono realizzati su superfici già impermeabilizzate o artificializzate, quindi senza causare nuovo consumo di suolo.”
“Quello che è da valutare in prospettiva è ciò che è in procinto di essere realizzato. Le richieste di autorizzazione si concentrano in Lombardia e nella zona di Milano, dove abbiamo verificato una grande concentrazione di richieste per un carico elettrico complessivo teorico a ovest di Milano di oltre 1 Gigawatt. E questi impianti vengono spesso valutati singolarmente, senza una valutazione complessiva dell’impatto.”
Biodiversità, reti ecologiche, frammentazione degli habitat. Cosa sappiamo dell’impatto di datacenter sugli ecosistemi?
“I data center, come anche gli spazi per la logistica e la grande distribuzione, quando agiscono su un’area naturale annullano qualsiasi servizio ecosistemico e hanno un impatto importante in termini di frammentazione degli habitat se realizzati su aree naturali.”
“Difficilmente questi data center – almeno quelli che abbiamo potuto analizzare noi – vengono realizzati su aree ad elevata naturalità, quindi non aumentano più di tanto la frammentazione degli habitat. Poi dipende da caso a caso, e sicuramente è una questione che va analizzata nelle procedure di valutazione.”
Esistono nature-based solution e soluzioni efficaci di mitigazione e compensazione per ridurre l’impatto dei data center?
“La prima soluzione è utilizzare strutture esistenti. Anche perché le compensazioni sono spesso limitate. Si può mitigare l’effetto dell’isola di calore aumentando la copertura arborea intorno al fabbricato. Si possono attuare azioni di depavimentazione e rinaturalizzazione, anche in linea con il Piano Nazionale di Ripristino della Natura. Però la compensazione dovrebbe essere l’ultima spiaggia. La cosa migliore è evitare l’impatto considerando quanto c’è di sottoutilizzato e abbandonato sul territorio, non soltanto in termini di brownfield, ma anche edifici e capannoni inutilizzati e in stato di degrado”.
Dichiarazione di interessi: “Dichiaro di non avere conflitti d’interesse”
- Munafò M (a cura di) (2026) Consumo di suolo, ecosistemi urbani e stato del territorio. Edizione 2026. Report ambientali SNPA, 50/2026 Roma, ottobre 2026. ISBN: 978-88-448-0443-5.
Stefano Caserini, Docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici e dell’impatto ambientale presso l’Università degli Studi di Parma [29/10/2026]
Quali sono i numeri dell’espansione dei data center in Italia?
“Importante in questo momento non è tanto quello che è già stato installato, ma le richieste arrivate: 600 proposte per oltre 100 Gigawatt, con una taglia media tra i 150 e i 200 Megawatt. Per dare un’idea, la potenza installata di tutto il fotovoltaico in Italia è quasi 50 Gigawatt: parliamo del doppio. Non è detto che verranno tutte installate, ma anche solo 5-10 Gigawatt sarebbe comunque una grande richiesta aggiuntiva, rendendo il tema di fondamentale importanza per il sistema elettrico nazionale.”
Quali sono l’impatto e le soluzioni per le emissioni di gas serra?
“Dipende dalla fonte di energia utilizzata. Se vengono alimentati con impianti rinnovabili dedicati l’impatto è trascurabile e legato solo ai grandi generatori a gasolio usati in emergenza. Se invece usano la rete, la domanda è quanti combustibili fossili in più consumano. Sappiamo che l’area di destra e centrodestra in ambito europeo vorrebbe rimuovere i limiti del cap europeo alle emissioni totali dell‘Emission Trading. Se il limite rimane questa grande quota aggiuntiva farà salire il prezzo della CO2 sul mercato del carbonio, con un aggravio per tutti gli altri partecipanti, inclusi l’industria e (con l’arrivo dell’ETS per trasporti e residenza) i consumatori finali.”
Sull’inquinamento locale
“C’è un inquinamento locale dei grandi generatori a gasolio, macchine d’emergenza inefficienti con grandi emissioni di ossidi di azoto, incombusti e particolato. Con centinaia di Megawatt è evidente che queste diventano significative. Poi abbiamo rumore e calore emesso, che va valutato con specifici modelli. Sul consumo idrico, se il raffreddamento è ad acqua servono enormi risorse che in molti territori non ci sono; se è ad aria, d’estate con 30-35 °C le macchine diventano inefficienti e il consumo energetico cresce notevolmente.”
Quali sono le soluzioni prioritarie?
“Bisogna ragionare sulle emissioni e sul mercato della CO2. Quindi oltre al vincolo a utilizzare infrastrutture esistenti senza nuovo consumo di suolo, una soluzione è sicuramente che l’energia sia rinnovabile e prodotta localmente. Su questo non si può transigere: questi soggetti hanno i capitali per investire sulle rinnovabili. La costruzione va vincolata a quote di rinnovabili locali molto elevate anche per evitare il sovraccarico delle reti, e quindi servirà investire sulle reti per garantire il grande aumento del consumo. Poi, soprattutto, non bisogna avere fretta di costruirli senza aver considerato tutti gli aspetti.”
Dichiarazione di interessi: “Non ho conflitti di interesse su questo tema”
Approfondimenti su digitalizzazione e AI negli scenari di mitigazione
- Beath H et al (2026) Artificial intelligence drives divergent emission futures. Preprint, Research Square; doi.org/10.21203/rs.3.rs-8582166/v1
- de Vries A (2023) The growing energy footprint of artificial intelligence. Joule 7(10), 2191-4; doi.org/10.1016/j.joule.2023.09.004
- Fan YV et al (2026). Data centre energy demand projections within shared socioeconomic pathways. Energy and Climate Change 7, 100253. doi.org/10.1016/j.egycc.2026.100253
- IEA (2025) Energy and AI. World Energy Outlook Special Report. IEA, Paris. www.iea.org/reports/energy-and-ai
- Kaack LH et al (2022). Aligning artificial intelligence with climate change mitigation. Nature Climate Change 12, 518-27; doi.org/10.1038/s41558-022-01377-7
- Luers A et al (2024). Will AI accelerate or delay the race to net-zero emissions? Nature 628, 718-20; doi.org/10.1038/d41586-024-01137-x
- Masanet E et al (2020) Recalibrating global data center energy-use estimates. Science 367, 984-6; doi.org/10.1126/science.aba3758
- Stern N et al (2025) Green and intelligent: the role of AI in the climate transition. npj Climate Action 4, 56; doi.org/10.1038/s44168-025-00252-3
- Stern N, Romani M (2025) The global growth story of the 21st century: driven by investment and innovation in green technologies and artificial intelligence. Policy insight, Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment, LSE.
- Wilson C et al (2026). Digitalisation and AI impacts on energy transitions and climate targets. Preprint, Research Square (under review); doi.org/10.21203/rs.3.rs-8941019/v1
- Zakeri B et al (2026) The AI-energy storage nexus: opportunities for clean energy transitions. Energy and Climate Change 7, 100259; doi.org/10.1016/j.egycc.2026.100259
Foto: “Roof of a data center featuring cooling towers and backup generators” Rsparks3, CC0 1.0

Questo commento è realizzato nell’ambito di Breaking Climate, un progetto realizzato da Climate Media Center Italia e dall’Università degli Studi di Milano, con il contributo di Fondazione Cariplo. Fondazione Cariplo sostiene progetti di utilità sociale legati ad arte e cultura, ambiente, servizi alla persona e ricerca scientifica in Lombardia e nelle province di Novara e del Verbano Cusio Ossola.
I costi ecologici e sociali dei data center
I data center sono complessi edifici ad alta tecnologia che custodiscono i server necessari al funzionamento della rete, dal cloud all’intelligenza artificiale. Non solo. Portano con sé anche piazzali, sottostazioni elettriche, sistemi di raffreddamento, vasche di laminazione e connessioni alle reti esterne. Spesso gestite da colossi tech o fornitori specializzati, queste strutture lavorano ininterrottamente con elevati consumi di energia e acqua per l’alimentazione e il raffreddamento.
I data center rappresentano una risorsa infrastrutturale imprescindibile per l’economia digitale, ma lo sviluppo travolgente del settore supera ora gli attuali quadri normativi e i tempi della ricerca scientifica, rendendo complesso valutarne gli impatti su territori e comunità: dalle emissioni e il consumo di suolo, all’impiego intensivo di risorse idriche fino all’inquinamento acustico, termico e luminoso. La disponibilità di soluzioni per ridurne i costi ecologici e sociali è un punto di partenza cruciale (pensiamo alle valutazioni ambientali e sanitarie e all’integrazione delle fonti di energia rinnovabile), ma il malcontento locale — in Italia e all’estero — dimostra che in generale serve un deciso cambio di passo: dalla tutela dei territori al rispetto della governance locale, fino a un dialogo trasparente tra imprese e comunità.
Il boom dei data center in Lombardia, la foresta abbattuta in Finlandia senza permessi e un nuovo articolo su The Lancet Planetary Health sui rischi per la salute: quanto sappiamo davvero del loro impatto e cosa dovremmo valutare prima di autorizzarne di nuovi? Ne abbiamo parlato con Giorgio Pirina (Università di Bologna), Federica Brenta (Istituto Nazionale dei Tumori), Federico Bianchi (IFC CNR), Michele Munafò (ISPRA) e Stefano Caserini (Università di Parma).
Giorgio Pirina, Ricercatore in Sociologia presso l’Università di Bologna e docente a contratto di Teorie e analisi delle diseguaglianze sociali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia [27/10/2026]
Sulle proteste dei comitati in Lombardia
“Come ricercatore in sociologia quello che sto vedendo è che i cittadini organizzati in comitati stanno ribaltando il senso negativo dell’etichetta NIMBY, Not In My Back Yard. Non si dichiarano contro il progresso tecnologico, né bollano data center e intelligenza artificiale come negativi a prescindere. Dicono semplicemente che non si tratta di processi di investimento neutrali, ma che hanno conseguenze sostanziali e rispondono a interessi perlopiù privati, in contrasto con una concezione ampia di salute ambientale e umana.”
“La Pianura Padana, l’area milanese, è un territorio estremamente antropizzato, con elevata cementificazione, un’atmosfera molto satura a causa dei processi produttivi già in atto, e forti sofferenze legate alle ondate di calore. Insediare nuove infrastrutture come i data center in un contesto simile rischia di aggravare la salute ambientale e umana.”
Dalla Lombardia al Cile, fino a Scozia e Paesi Bassi: come si è arrivati a queste proteste?
“In tutto il mondo, Italia compresa, Stati e Regioni (non tanto i Comuni, che si sono trovati addosso questa pioggia di data center) hanno aperto in modo sostanzialmente acritico a questi investimenti in data center, soprattutto delle big tech come Microsoft, Amazon e altre, interrogandosi solo dopo sulle conseguenze territoriali. Non a caso in Italia i processi regolativi e legislativi sono avvenuti contemporaneamente nel 2026, cercando di rispondere a diverse istanze: quelle territoriali, dei cittadini organizzati in comitati e dei Comuni, ma anche degli operatori digitali.
Le istanze degli operatori sono state accolte con la legge nazionale, velocizzando gli investimenti in nuovi data center. Non sono invece stati definiti con chiarezza i limiti conoscitivi relativi ai concreti impatti territoriali e ambientali. Qua viene il ruolo importante di cittadini e Comuni. Prima di dare il via libera a nuovi investimenti servono verifiche trasparenti, complete e lineari sugli impatti territoriali, umani e ambientali.”
“Per le popolazioni locali, gli agricoltori, chi lavora in altri settori o chi vuole godersi un polmone verde, come nell’area attorno a Milano, questi investimenti sono visti come concorrenti rispetto ad altri interessi. Invece di una dinamica cooperativa si impone una logica competitiva, perché rischiano di peggiorare la qualità della vita, soprattutto in relazione al verde e, ad esempio nell’area lombarda, ai campi agricoli che svolgono ancora la loro funzione e forniscono lavoro.”
Dichiarazione di interessi: “Assenza di conflitti”
Federica Brenta, Medico chirurgo presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano [27/10/2026] ci scrive:
Sull’impatto dei data center sulla salute umana
“I temi sono l’impatto sulla qualità dell’aria, sulla matrice acqua e suolo, l’inquinamento acustico e luminoso.
L’inquinamento dell’aria è dovuto all’uso di generatori diesel non solo durante i blackout, ma anche nei periodi manutentivi. Parliamo di centinaia di generatori che immettono in atmosfera tonnellate di gas tossici, aumentando PM10 e PM2.5, considerati tra i veleni più pericolosi dei giorni nostri e fautori di aumento di mortalità in una delle zone più inquinate d’Europa: la Pianura Padana. Questo rende i soggetti fragili più vulnerabili e i soggetti sani fragili, attaccando il sistema respiratorio e provocando patologie acute o croniche a seconda dell’esposizione. Il pannello degli inquinanti è quello solito: diossido di azoto, anidride solforosa, monossido di carbonio e particolato fine. Anche lo stoccaggio del gasolio necessario deve essere valutato per il rischio di compromettere la falda superficiale.
La matrice acqua e suolo è un argomento sensibile poiché gli inquinanti già presenti negli strati più superficiali possono trasferirsi alle falde profonde durante i lavori o il pescaggio di acqua, mobilitando sostanze tossiche organo-alogenate o PFAS.
L’inquinamento acustico, generato dal continuo ronzìo dei sistemi di raffreddamento, può causare disturbi del sonno e alterazioni del cortisolo, oltre a disturbi del comportamento di attenzione in età evolutiva, rendendo cruciale il monitoraggio vicino ai plessi scolastici.
L’inquinamento luminoso, dovuto alla necessità di mantenere gli impianti illuminati a giorno di notte, danneggia la fauna selvatica e altera il ciclo circadiano delle persone residenti nelle vicinanze.”
“Non è un singolo data center a impattare, va considerato il danno cumulativo. I progetti vanno considerati nella loro totalità e non frammentati.”
Dichiarazione di interessi: “Assolutamente non ho conflitti di interesse”
Fabrizio Bianchi, Ricercatore associato presso l’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR [28/10/2026]
Riguardo all’approfondimento di Tessa Mair pubblicato su The Lancet Planetary Health che analizza il divario di conoscenze alla base del boom dei data center
“È un contributo fondamentale che richiama l’attenzione su quanto crescano questi data center, quanto sia forte e veloce l’espansione e quanto siano ancora ai primordi le conoscenze sui loro impatti ambientali e sanitari. Accanto agli elevati consumi energetici e idrici emergono potenziali esposizioni a inquinanti atmosferici per i motori ausiliari e al rumore, ancora tutto scarsamente studiato sul piano epidemiologico.”
“La questione travalica il puro consumo energetico, che è enorme, e investe le conseguenze sulle popolazioni: quelle vicine, esposte a impatti diretti come l’inquinamento dai motori alimentati a combustibili fossili, e quelle lontane, esposte a impatti indiretti perché vivono vicino agli impianti di produzione energetica che alimentano i data center. Questo apre una parentesi importante sulla necessità di accentuare la produzione da fonti rinnovabili.”
Quali soluzioni a tutela della salute umana?
“Bisogna fare valutazioni integrate di impatto, monitoraggi indipendenti, studi longitudinali e di coorte residenziale, con il coinvolgimento fondamentale delle comunità attraverso l’epidemiologia partecipata.”
“Come evidenziato da Mair sul Lancet il problema sostanziale è il divario tra la velocità dell’espansione tecnologica e la possibilità di valutarne preventivamente gli impatti ambientali e sanitari, che vanno analizzati in termini cumulativi e non su singolo impianto. Anche i data center più piccoli devono essere sottoposti a valutazione. Se sono previsti un impianto da 80 Megawatt e uno da 150, a valutazione deve andare l’insieme dei due, non solo quello superiore a 100. E l’epidemiologia è in condizioni di calcolarne gli impatti cumulativi dal punto di vista sia tossicologico che epidemiologico.”
“Nel Rhodense, ad esempio, tra esistenti e previsti si parla di 30 data center in un territorio contenuto: vanno valutati complessivamente impatti ambientali e sanitari tramite VAS e VIS.”
“Non si può ragionare né autorizzare un impianto per volta senza una pianificazione territoriale dei prossimi anni. Le aree vanno sottoposte a VAS per stabilire se i territori possano permettersi l’insieme degli impianti previsti in aggiunta a quelli già esistenti dal punto di vista della sostenibilità ambientale e sanitaria”.
Dichiarazione di interessi: “Non ho nessun conflitto di interesse”
Michele Munafò, Dirigente ISPRA e Responsabile del Servizio per il sistema informativo nazionale ambientale [28/10/2026]
Il 27 ottobre è stato pubblicato il Rapporto sul consumo di suolo 2026. Cosa dicono i nuovi dati sul consumo di suolo da data center in Italia?
“La localizzazione dei principali data center la analizziamo non senza qualche difficoltà, perché non esiste un elenco completo; verifichiamo quelli soggetti a Valutazione di Impatto Ambientale e altre fonti, che tendenzialmente dovrebbero consentirci di individuare quantomeno quelli principali.
Quello che abbiamo rilevato è che nel 2025 i data center hanno causato un consumo di suolo su aree precedentemente agricole o naturali minore, 13 ettari, rispetto ai 37 ettari del 2024. I dati ci dicono che probabilmente più della metà di questi grandi data center vengono realizzati su superfici già impermeabilizzate o artificializzate, quindi senza causare nuovo consumo di suolo.”
“Quello che è da valutare in prospettiva è ciò che è in procinto di essere realizzato. Le richieste di autorizzazione si concentrano in Lombardia e nella zona di Milano, dove abbiamo verificato una grande concentrazione di richieste per un carico elettrico complessivo teorico a ovest di Milano di oltre 1 Gigawatt. E questi impianti vengono spesso valutati singolarmente, senza una valutazione complessiva dell’impatto.”
Biodiversità, reti ecologiche, frammentazione degli habitat. Cosa sappiamo dell’impatto di datacenter sugli ecosistemi?
“I data center, come anche gli spazi per la logistica e la grande distribuzione, quando agiscono su un’area naturale annullano qualsiasi servizio ecosistemico e hanno un impatto importante in termini di frammentazione degli habitat se realizzati su aree naturali.”
“Difficilmente questi data center – almeno quelli che abbiamo potuto analizzare noi – vengono realizzati su aree ad elevata naturalità, quindi non aumentano più di tanto la frammentazione degli habitat. Poi dipende da caso a caso, e sicuramente è una questione che va analizzata nelle procedure di valutazione.”
Esistono nature-based solution e soluzioni efficaci di mitigazione e compensazione per ridurre l’impatto dei data center?
“La prima soluzione è utilizzare strutture esistenti. Anche perché le compensazioni sono spesso limitate. Si può mitigare l’effetto dell’isola di calore aumentando la copertura arborea intorno al fabbricato. Si possono attuare azioni di depavimentazione e rinaturalizzazione, anche in linea con il Piano Nazionale di Ripristino della Natura. Però la compensazione dovrebbe essere l’ultima spiaggia. La cosa migliore è evitare l’impatto considerando quanto c’è di sottoutilizzato e abbandonato sul territorio, non soltanto in termini di brownfield, ma anche edifici e capannoni inutilizzati e in stato di degrado”.
Dichiarazione di interessi: “Dichiaro di non avere conflitti d’interesse”
Stefano Caserini, Docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici e dell’impatto ambientale presso l’Università degli Studi di Parma [29/10/2026]
Quali sono i numeri dell’espansione dei data center in Italia?
“Importante in questo momento non è tanto quello che è già stato installato, ma le richieste arrivate: 600 proposte per oltre 100 Gigawatt, con una taglia media tra i 150 e i 200 Megawatt. Per dare un’idea, la potenza installata di tutto il fotovoltaico in Italia è quasi 50 Gigawatt: parliamo del doppio. Non è detto che verranno tutte installate, ma anche solo 5-10 Gigawatt sarebbe comunque una grande richiesta aggiuntiva, rendendo il tema di fondamentale importanza per il sistema elettrico nazionale.”
Quali sono l’impatto e le soluzioni per le emissioni di gas serra?
“Dipende dalla fonte di energia utilizzata. Se vengono alimentati con impianti rinnovabili dedicati l’impatto è trascurabile e legato solo ai grandi generatori a gasolio usati in emergenza. Se invece usano la rete, la domanda è quanti combustibili fossili in più consumano. Sappiamo che l’area di destra e centrodestra in ambito europeo vorrebbe rimuovere i limiti del cap europeo alle emissioni totali dell‘Emission Trading. Se il limite rimane questa grande quota aggiuntiva farà salire il prezzo della CO2 sul mercato del carbonio, con un aggravio per tutti gli altri partecipanti, inclusi l’industria e (con l’arrivo dell’ETS per trasporti e residenza) i consumatori finali.”
Sull’inquinamento locale
“C’è un inquinamento locale dei grandi generatori a gasolio, macchine d’emergenza inefficienti con grandi emissioni di ossidi di azoto, incombusti e particolato. Con centinaia di Megawatt è evidente che queste diventano significative. Poi abbiamo rumore e calore emesso, che va valutato con specifici modelli. Sul consumo idrico, se il raffreddamento è ad acqua servono enormi risorse che in molti territori non ci sono; se è ad aria, d’estate con 30-35 °C le macchine diventano inefficienti e il consumo energetico cresce notevolmente.”
Quali sono le soluzioni prioritarie?
“Bisogna ragionare sulle emissioni e sul mercato della CO2. Quindi oltre al vincolo a utilizzare infrastrutture esistenti senza nuovo consumo di suolo, una soluzione è sicuramente che l’energia sia rinnovabile e prodotta localmente. Su questo non si può transigere: questi soggetti hanno i capitali per investire sulle rinnovabili. La costruzione va vincolata a quote di rinnovabili locali molto elevate anche per evitare il sovraccarico delle reti, e quindi servirà investire sulle reti per garantire il grande aumento del consumo. Poi, soprattutto, non bisogna avere fretta di costruirli senza aver considerato tutti gli aspetti.”
Dichiarazione di interessi: “Non ho conflitti di interesse su questo tema”
Approfondimenti su digitalizzazione e AI negli scenari di mitigazione
Foto: “Roof of a data center featuring cooling towers and backup generators” Rsparks3, CC0 1.0
Questo commento è realizzato nell’ambito di Breaking Climate, un progetto realizzato da Climate Media Center Italia e dall’Università degli Studi di Milano, con il contributo di Fondazione Cariplo. Fondazione Cariplo sostiene progetti di utilità sociale legati ad arte e cultura, ambiente, servizi alla persona e ricerca scientifica in Lombardia e nelle province di Novara e del Verbano Cusio Ossola.
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