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Prove di natura sul Po

Rinaturare un fiume significa restituirgli spazio alleviando gli impatti causati da decenni di interventi antropici. È quanto si è iniziato a fare a Gussola, sull’isola di Maria Luigia, azione pilota del progetto PNRR di rinaturazione del Po


Per riuscire a capire cos’è e come funziona un ecosistema complesso come un fiume bisogna entrarci dentro. A raccontarcelo è Rossano Bolpagni, ecologo dell’Università di Parma che oggi studia il Po ma che è originario di terre bagnate da altre acque dolci, quelle del Lago D’Idro, in provincia di Brescia. «Le piante acquatiche e palustri esercitano su di me un fascino incredibile, sono organismi vegetali davvero peculiari, diversi dai consimili terrestri, potremmo dire quasi magiche nella loro capacità di abbandonare le terre e spingersi sempre più in profondità. Le mie esperienze sul Po sono di intere, lunghe, giornate, passate sui suoi sabbioni, che sono ambienti davvero straordinari». Bolpagni è il responsabile scientifico dei monitoraggi di un progetto di riqualificazione fluviale realizzato sull’isola di Maria Luigia, nel comune cremonese di Gussola. Si tratta di un progetto pilota che ha aperto la strada al tanto atteso (e discusso) piano di rinaturazione del fiume Po avviato nel 2022 nell’ambito del PNRR, attuato dall’Agenzia Interregionale del Po con il contributo fondamentale dell’Autorità di Bacino Distrettuale del fiume Po.

Mappa tratto di Po vicino a Gussola
Elaborazione su Google Maps (immagini Airbus, CNES, Landsat, Copernicus, Maxar, 2026). Tracciato del fiume semplificato


L’isola fluviale di Maria Luigia prende il nome dalla consorte di Napoleone Bonaparte, colei che ha governato il ducato di Parma e Piacenza dal 1814 al 1847. Una superficie di duecento ettari, dai lineamenti simili a quelli di un occhio, verde per la presenza di boschi di salici bianchi e pioppi neri che sono cresciuti nel tempo. Vista dall’alto quella di Maria Luigia sembra però un’isola solo per metà. Mentre un meandro del Po si incurva al di sotto del lato meridionale, su quello opposto c’è un solco così sottile che questo pezzo di terra in mezzo al fiume sembra sul punto di saldarsi con la pianura. È una lanca, tutto ciò che rimane di un vecchio ramo laterale che nel corso del tempo si è andato spegnendo.

Il tratto di fiume Po dove si trova l’Isola Maria Luigia in due foto dall’alto realizzate nel 1954 e 2021. Crediti: Geoportale della Regione Lombardia


L’isola Maria Luigia è solo uno dei tanti luoghi lungo il Po che nel corso del XX secolo sono andati incontro alla stessa sorte. Le fotografie scattate tra il 1954 e il 1956 dal Gruppo Aereo Italiano, per documentare lo stato dei danni inflitti dalla guerra e la ricostruzione ancora in corso, mostrano la pianura padana attraversata da un fiume che in diversi tratti, in particolare tra la foce del Ticino e quella del Mincio, sembra un lontano parente di quello che conosciamo oggi. Dove c’erano due o più canali che si intersecavano e ramificavano attorno a isole e isolotti, oggi ne vediamo uno solo, perdipiù striminzito. In alcuni tratti è sparita la metà della larghezza del fiume. Ma il Po in bianco e nero che vediamo in quelle fotografie aeree è un fiume che stava già attraversando cambiamenti profondi.

Ben poco è rimasto oggi
di quel Po degli anni Cinquanta

Dagli anni ‘30 erano comparsi i primi pennelli, una sorta di lunghe e strette barriere che servono ad allontanare il flusso dell’acqua dalle sponde e spostarlo verso il centro del letto del fiume, così da preservare le prime dall’erosione e facilitare la navigazione. Più tardi, nel dopoguerra, decine di milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia sono stati scavati dal fondo del Po e di altri fiumi suoi affluenti per rifornire di materia prima il rapido sviluppo edilizio e infrastrutturale degli anni ‘60 e ‘70. Questa intensiva estrazione di materiale ha innescato una grave incisione del letto del fiume, cioè un suo progressivo abbassamento, che in alcuni tratti raggiunge oggi i cinque metri. Poi ci sono le dighe. Decine, distribuite lungo il bacino idrografico, lungo il corso dei fiumi alpini e appenninici e sullo stesso Po, a Isola Serafini, in provincia di Piacenza. Il risultato è stata una cascata di effetti sulle forme del fiume, ma anche sul suo funzionamento naturale. A seguito delle pesanti modifiche antropiche dell’ultimo secolo, ben poco è rimasto oggi di quel Po degli anni ‘50. «I pennelli, che erano originariamente stati progettati con un’altezza tale da permettere al fiume di uscire dal suo letto anche durante portate normali, sono diventati degli argini o dei limiti invalicabili», spiega Bolpagni. 

A causa dell’abbassamento del suo letto e della presenza dei pennelli, il Po in diversi tratti, da fiume complesso qual era un tempo, ha iniziato a somigliare sempre di più a un canale artificiale isolato dal territorio che attraversa. Ha perduto buona parte di quella che gli esperti chiamano “connettività laterale”, cioè la capacità di un fiume di interagire con le golene, le aree comprese tra il letto del fiume e i suoi argini maestri. La connettività laterale permette alle piene di espandersi naturalmente in queste aree, riducendo la velocità dell’acqua verso valle e mitigando il rischio di alluvioni, e alimenta ecosistemi fatti di boschi e zone umide, che sono l’habitat e il rifugio di una ricca varietà di specie.

«Prima potevano passare anni
senza che quel ramo venisse allagato» 

L’isola di Maria Luigia è uno di quei luoghi in cui nasce la speranza di cambiare le cose. Rinaturare un fiume significa riportare un corso d’acqua verso condizioni più vicine a quelle naturali alleviando gli impatti causati da decenni di interventi antropici. Significa restituire al fiume il suo spazio naturale, renderlo più resiliente agli eventi estremi e siccità, ripristinare i boschi ripariali e creare condizioni favorevoli alla biodiversità (pesci, uccelli, insetti acquatici), ripristinare quella connettività longitudinale, dalla sorgente al delta, che coinvolge il trasporto dei sedimenti, come sabbia e ghiaia, e i movimenti delle specie ittiche.

Il ramo del Po, nei pressi dell’isola di Maria Luigia, a ridosso del pennello ribassato. Foto di Rossano Bolpagni


Il progetto pilota realizzato a Gussola è consistito nell’abbassamento del pennello che si trova nei pressi dell’isola, così da permettere al fiume di scavalcarlo, tornare a riempire di acqua il ramo secondario e far ripartire quel dialogo con l’ambiente circostante che da molto tempo si è interrotto.
Bolpagni ci racconta quali sono stati i primi risultati. «Prima dell’intervento, per superare il pennello servivano 3000 metri cubi d’acqua al secondo, una portata che si raggiunge solo durante le piene ordinarie. Oggi ne bastano 1700». Gli effetti sono già misurabili. Se prima potevano passare anni senza che quel ramo venisse invaso dall’acqua, da quando il progetto è terminato, nel maggio del 2023, è successo decine di volte. Il fiume è tornato finalmente a riconnettersi con questo ambiente.

Se questi benefici sulla vitalità del ramo laterale si manifestano con chiarezza quasi subito, è più complesso valutare la risposta dell’intero ecosistema a questi interventi. Le sue dinamiche sono complesse e si muovono più lentamente. Per capire come la lanca reagisse alla riconnessione con il fiume, i ricercatori hanno misurato una serie di parametri chimici (ossigeno, azoto e fosforo) fondamentali per comprendere lo stato di salute e il funzionamento del fiume e quello delle comunità che lo vivono, a partire dai microrganismi coinvolti nella decomposizione della materia organica e nella rimessa in circolo dei nutrienti. A proposito di fauna, spiega Bolpagni, «ci sono alcuni primi segnali, ma è chiaro che le comunità biologiche hanno tempi di risposta diversi. Un singolo intervento non può avere un effetto significativamente rapido su animali come pesci e uccelli. Notiamo risposte positive da parte di alcuni gruppi di insetti, come libellule e farfalle, ma dobbiamo irrobustire i nostri dati per capire quali sono le relazioni più significative dal punto di vista statistico tra l’abbassamento del pennello e le risposte delle specie».

I primi risultati mostrano che la riconnessione ha avuto effetti nel complesso positivi sul funzionamento della lanca, anche se rimangono molti aspetti da monitorare e serviranno altre ricerche per comprendere meglio gli effetti profondi sull’ecosistema. Ma non è solo una questione di tempi. Quando la scienza indaga un sistema cerca di far emergere le relazioni di causa ed effetto che lo fanno funzionare. Oggi però c’è un elemento di disturbo che complica le cose e che sta agendo su scala planetaria: la crisi climatica causata dai combustibili fossili. Questo fenomeno, che condiziona ogni ecosistema e comunità biologica del pianeta, sta ridisegnando il regime idrologico dei fiumi. Le grandi siccità del 2022 e del 2026 non sono che i sintomi di questo fenomeno globale.

A parlare di crisi idrica e dell’effetto dei grandi mutamenti che hanno interessato il Po di questo ultimo secolo è Davide Persico, paleobiologo, fondatore del Museo di paleoantropologia San Daniele Po e direttore del Museo di Storiografia Naturalistica dell’Università di Parma. Oltre a essere un ricercatore, Persico ha una passione per la pesca fluviale. Quest’estate sfidava le ondate di calore che hanno disidratato la pianura padana per andare sul grande fiume ridotto dalle sue parti, dice, «a un rigagnolo». Chi va a pescare in Po ha visto con i propri occhi alcuni dei cambiamenti avvenuti nei decenni scorsi. I rami laterali del fiume «una volta erano ambienti straordinari. Venivano inondati durante le piene primaverili e autunnali ed erano luoghi ideali per la nascita e lo sviluppo dei pesci». La scomparsa di molte specie autoctone, dice Persico, si deve non solo al declino di questi habitat, ma anche all’introduzione di specie alloctone. Oggi alle lenze dei pescatori si attaccano soltanto pesci “alieni”: siluri, pesci gatti, lucioperca e altri. Per rimettere in sesto il Po, secondo Persico, servirebbero azioni più incisive di quelle messe in atto nell’ambito del progetto che ha riguardato il Po, e soprattutto coordinate dalla sorgente al delta tra i diversi territori che il fiume attraversa. Invece oggi il fiume, anziché unire i territori, spesso li separa, come quando durante una siccità si deve decidere a chi deve andare l’acqua che non c’è più: da quella prelevata in abbondanza dall’agricoltura per nutrire i canali irrigui a quella destinata alla produzione di energia, fino alla minima quantità di acqua necessaria al fiume stesso per garantire la sopravvivenza e tutela degli equilibri di fauna e flora fluviali. 

«I rami laterali del fiume una volta
erano ambienti straordinari»

 

Vegetazione alloctona invasiva sui sabbioni del Po nella zona interessata dal progetto pilota. Foto di Rossano Bolpagni


Lo stesso piano di rinaturazione del Po ha diviso: quelli che lo considerano un’occasione mancata o giudicano deludenti i suoi risultati e quelli che hanno eretto un muro, interpretandolo come una minaccia per gli interessi agricoli, soprattutto quelli legati alla pioppicoltura, diffusa nelle aree golenali del fiume. Tra i primi c’è il WWF — che pure è stato tra i promotori del progetto Insieme all’Associazione Nazionale Estrattori Produttori Lavoratori Affini, organizzazione di Confindustria che rappresenta le imprese del settore estrattivo e della produzione di materiali per l’edilizia — che ha evidenziato che sono soltanto 13 degli interventi portati a termine, sui 56 previsti in diversi tratti del Po. 

Se le ragioni della rinaturazione sono entrate in contrasto con quelle della pioppicoltura, un settore che in Italia fornisce ogni anno circa la metà del legno lavorato dall’industria, è stato innanzitutto per una questione di spazio: un fiume che riattiva i suoi rami laterali e torna a scorrere dove era scomparso si riprende superfici che aveva perso, comprese quelle che nel tempo si sono trasformate in aree coltivate. Nelle discussioni che hanno preceduto l’avvio del progetto di rinaturazione del Po, alcune associazioni agricole hanno affermato che, tra interventi di abbassamento dei pennelli e di riforestazione, sarebbero stati espropriati almeno 7000 ettari di terreni. Secondo dati elaborati dal WWF, si trattava di stime esagerate. Le superfici coinvolte erano di soli 20o ettari, concentrate per lo più nelle fasce prossime al fiume, mentre la pioppicoltura è ampiamente sviluppata in quelle più lontane. Non è soltanto una questione di spazio, ma anche di compatibilità tra il tipo di coltura e i processi fluviali. I pioppi sono alberi alti, con una crescita rapida, di circa dieci anni, radici che tendono a essere superficiali. Se piantati troppi vicino al fiume potrebbero favorire l’erosione delle sponde e se cadessero in acqua rappresenterebbero un rischio per la sicurezza e il deflusso sotto i ponti. Per queste ragioni le coltivazioni arboree sono vietate per un’ampiezza di almeno 10 metri dal ciglio di sponda. Inoltre, i pioppeti sono sistemi agricoli semplificati, monospecifici,  che richiedono un grande uso di fitofarmaci.

                                                                                                                                                                           Serve una pianificazione
che coinvolga i portatori di interesse

D’altra parte, c’è da chiedersi se sia stato fatto tutto il possibile per prevenire questo conflitto. Secondo Lorenzo Camoriano, funzionario tecnico forestale della Regione Piemonte, «la pioppicoltura è stata vista come un ostacolo al progetto di rinaturazione del Po. Nell’attuazione del PNRR è stato adottato un approccio eccessivamente centralistico nel definire le tipologie di intervento ammesse a finanziamento (solo boschi, solo specie autoctone), senza confrontarsi preventivamente con le Regioni, che hanno 25 anni di esperienza nell’imboschimento dei terreni agricoli. Questa impostazione da un lato ha creato problemi alle Città Metropolitane nel reperire spazi da riservare ai nuovi boschi, dall’altro nelle aree golenali ha spinto ad allontanare la pioppicoltura, che difficilmente troverebbe spazio in aree della Pianura padana già occupate da altre colture».

Secondo Camoriano, oltre a una pianificazione degli usi del suolo più condivisa, una delle possibili vie per tenere insieme le esigenze della pioppicoltura e gli obiettivi ecologici della rinaturazione è rappresentata dagli impianti policiclici. Si tratta di piantagioni progettate per far convivere più specie di alberi con tempi diversi di crescita e di taglio. Al loro interno possono coesistere filari di pioppo per l’industria, con ciclo produttivo di circa 10 anni, e filari di specie a ciclo più lungo, caratteristiche dei boschi naturali, come il frassino, la farnia, il ciliegio, il noce. I due filari possono essere separati da piante “di accompagnamento”, come sambuco, carpino, platano e robinia, che alla giusta distanza possono consentire la crescita delle altre specie, oltre a essere tipicamente utilizzati per produrre biomassa. Su questi impianti policiclici sono già state svolte sperimentazioni di successo in diverse zone del Piemonte, della Lombardia e del Veneto.

                                                                                                                                            «Restituire spazio
alla dinamica dei fiumi»

La gestione dei fiumi è da tempo oggetto di discussioni, da ben prima del progetto che ha riguardato il Po. Di questo tema si occupa in Italia anche il Centro italiano per la riqualificazione fluviale (CIRF), un’associazione culturale e scientifica che dal 1999 promuove strategie e strumenti per monitorare e migliorare lo stato di salute dei fiumi e cerca di incidere sulle politiche che toccano la loro gestione. Come spiega il direttore del CIRF Andrea Goltara «In Italia siamo in una situazione di grande ritardo rispetto al resto d’Europa, dove non mancano esempi positivi dall’Ebro in Spagna alla Dordogne in Francia». Ma anche al livello dell’Unione Europea, riferisce Goltara, «alcune forze politiche stanno tentando mettere in discussione alcuni principi che sembravano assodati. Per esempio, la stessa Direttiva Quadro Acque, introdotta nel 2000, che è un riferimento anche per la gestione dei corsi d’acqua e per gli obiettivi che dovremmo raggiungere, e che finora è stata applicata solo parzialmente». In questo contesto qualsiasi intervento vada in una direzione positiva, come quelli sul Po, è benvenuto, ma, secondo il direttore del CIRF «sarebbe necessaria una maggiore ambizione nel restituire spazio alla dinamica del fiume anche immaginando la possibilità di rimuovere alcuni pennelli, non solo di abbassarli». La loro presenza è giustificata dalla necessità di mantenere il fiume navigabile, ma questa, secondo Goltara è un’idea che andrebbe ripensata.

La discussione sul progetto di rinaturazione del Po dimostra l’ampiezza e la complessità delle questioni che riguardano i fiumi, che sono tra gli ecosistemi più dinamici e mutevoli e tra quelli più impattati dal cambiamento. Ma rinaturare il Po non significa riportarlo a un passato che non può tornare, né immaginare che un singolo intervento possa risolvere problemi costruiti in decenni e aggravati dal cambiamento climatico. Significa restituire al fiume una parte dello spazio e della libertà che gli abbiamo sottratto, perché possa continuare a funzionare anche in condizioni che ormai sono molto diverse da quelle a cui eravamo abituati.

 

Autore: Antonio Scalari
Foto: Vista sul Po – di Antonio Scalari


Questa storia climatica è realizzata nell’ambito di Breaking Climate, un progetto realizzato da Climate Media Center Italia e dall’Università degli Studi di Milano, con il contributo di Fondazione Cariplo. Fondazione Cariplo sostiene progetti di utilità sociale legati ad arte e cultura, ambiente, servizi alla persona e ricerca scientifica in Lombardia e nelle province di Novara e del Verbano Cusio Ossola.